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mercoledì 02 dicembre 2020

PENSIERI DELLA DOMENICA — il Blog di Libero Venturi

Libero Venturi

Libero Venturi è un pensionato del pubblico impiego, con trascorsi istituzionali, che non ha trovato niente di meglio che mettersi a scrivere anche lui, infoltendo la fitta schiera degli scrittori -o sedicenti tali- a scapito di quella, sparuta, dei lettori. Toscano, valderopiteco e pontederese, cerca in qualche modo, anche se inutilmente, di ingannare il cazzo di tempo che sembra non passare mai, ma alla fine manca, nonché la vita, gli altri e, in fondo, anche se stesso.

Fase due

di Libero Venturi - domenica 31 maggio 2020 ore 07:30

Fase due, settimana zero. Dovremo finalmente trovarci all’uscita dal tunnel della pandemia, anche se è bene dirlo con la necessaria cautela: un tunnel si sa quando comincia, ma non quando finisce e volte non basta nemmeno vedere la luce, perché ne può cominciare subito un altro. Come nell’autostrada per Genova. Ma insomma ci siamo, a parte qualche insana voglia di movida. Sembra che le città, se non hanno una loro movida a rompere i coglioni, non si sentano tali, né i giovani si sentano davvero giovani. Pensieri di un vecchio, non meno rompicoglioni.

Ora è il momento di fare i conti, al netto di tutti i buoni principi di rinascita e affratellamento, sia pur a distanza di sicurezza. Ci rendiamo conto che siamo più poveri. Perché essere tutti uguali sai che palle e non sempre ce lo meritiamo. In compenso però la diseguaglianza è il male vero, quello che dà alla sventura così lunga vita. E alla vita così lunga sventura. È non è invidia sociale. Solo che passare la pandemia in case grandi e belle, magari con giardino, non è la stessa cosa che averlo fatto in monolocali. E non se la passano alla stessa maniera di chi un lavoro l’aveva e l’ha conservato, magari da cassaintegrato, tutti quelli che non lavoravano. O lavoravano in maniera precaria, alla giornata. Per non dire al nero. Che è brutto, ma non assurge alle vette d’infamia degli evasori fiscali. Semmai, inconsapevolmente o meno, li sostiene. Molte imprese stentano a ripartire, molti negozi non sanno se ce la faranno a riaprire. Molte famiglie non sanno dove sbattere la testa.

Quindi decisivi saranno la ripresa e il rilancio dell’economia. E non perché siamo diventati tutti neoliberisti -anche se, secondo taluni, molti di noi lo sono sempre stati- ma perché se la salute viene prima di tutto, il lavoro segue subito a ruota. Anzi, l’Italia sarebbe prima di tutto una Repubblica democratica fondata sul lavoro. E se hai salute, ma non lavori, fai presto a stare male. Perché forse è più consono parlare di tutela della vita, che è un diritto naturale, antecedente ad ogni Costituzione. I diritti della persona ci sono già e lo Stato li riconosce. Non li elargisce -né li toglie- semmai li rafforza o li regola. Nella nostra Costituzione la salute si trova all’articolo trentadue, mentre il lavoro agli articoli uno e quattro.

Siamo entrati nella pandemia con un debito pubblico storico assai più alto di molti paesi d’Europa e del mondo. C’è chi sostiene che l’ingresso nella Comunità Europea ha contribuito all’aggravamento del debito. Non sono di questo parere. Avevamo già un “passivo” notevole, accumulato in anni di sprechi, ruberie e malgoverno. La testimonianza di come siamo stati e siamo andati sprovveduti nel mondo.

Poi ci sono i predicatori dell’abolizione del debito, come se l’Italia fosse un paese povero del terzo mondo. Non ho alcuna simpatia per i neo liberisti, tantomeno per i rigoristi. Detesto persino la lotteria dei calci di rigore. Però penso, contrariamente a chi guarda con sospetto l’Unione Europea, che se non ci salva l’Europa, non ci salva nemmeno Torchiana, come diciamo a Pontedera, ricordando il valente chirurgo che operò anni fa all’Ospedale Lotti. Bisogna piuttosto negoziare con l’Europa, forti e non deboli -perché prevenuti- del nostro ruolo al suo interno. Come abbiamo fatto, quando l’abbiamo fatto.

A me sembra aberrante il sovranismo antisolidale della destra radicale, ma anche sbagliato il revanscismo nazionale di certa sinistra. Entrambi accumunati dalla ostilità e dallo scetticismo verso l’Europa. Non me ne intendo, ma credo sia uno sbaglio rifiutare prestiti forzando oltre il limite la richiesta di contributi a fondo perduto. Come si dice, “a babbo morto”. In questo caso “a nonno morto”, stante i tragici esiti del contagio. E ritengo sia pure azzardato rivendicare l’autonomia nazionale di battere moneta. Pena il precipitare nell’inflazione per cui una coppia di pane potrebbe arrivare a costare quanto e più di tutto il desinare. In merito alla fiscalità innovativa, proposta in forma di anticipo per immettere liquidità nel mercato interno, da profano non saprei, speriamo non sia come “mangiare l’ovo in culo alla gallina”, una cattiva abitudine da cui i nostri vecchi ci mettevano in guardia. Ma magari invece è una figata assoluta.

Comunque io credo che si debba ricorrere a tutti i possibili aiuti: elargizioni e prestiti. Anche il Mes, il cosiddetto fondo salva stati, se e finché è conveniente e non ci sottopone a controlli esosi, perché non usarlo? Per un preconcetto ostile e ottuso? E che sia rivolto alla spesa sanitaria per l’emergenza covid mi pare perfino ragionevole. Insomma, penso, contrariamente ai sovranisti di ogni fede, che, pur difendendo prudentemente i legittimi interessi del paese, bisognerà anche avere il coraggio di rinunciare alla sovranità nazionale e costruire davvero un Europa federale e democratica, anche in queste materie.

La proposta franco tedesca si è rivelata positiva, una presa di coscienza della necessaria solidarietà europea. E non soltanto per l’Italia. Anche gli altri paesi hanno avuto come noi contagi, morti e lockdown. Si tratta di sovvenzioni a fondo perduto e prestiti da restituire ad un tasso conveniente e a lungo termine. Ho letto da qualche parte che la differenza sarebbe che essendo i contributi, ”doni”, l’Europa ne vorrebbe controllare l’impiego. Invece per i prestiti che vanno resi, a parte le condizioni relative al loro meccanismo, avremmo più autonomia di indirizzo. Più che altro bisognerà avere progetti.

In ogni caso, non avere vincoli di nessun genere mi pare francamente una pretesa. Fca, l’ex Fiat, ha avanzato la richiesta di un finanziamento garantito dai fondi europei e noi, giustamente, abbiamo chiesto: ammesso che sia lecito -e probabilmente lo è- per quali obiettivi? A quali condizioni? Insomma abbiamo posto vincoli, trattandosi di denaro pubblico. Invece per noi non ne vogliamo. Va bene che siamo lo stato, il pubblico ma insomma... E, a proposito, io liberista non sono, ma nemmeno assolutista e voglio ricordare, solo per inciso, che l’intervento pubblico non è il monopolio dello stato. Sono anche convinto che non occorra più stato e meno mercato, ma più stato e più mercato. Non è di sinistra dire questo? Può darsi. Non lo so. Bisognerebbe vedere.

Tornando al tema, secondo me, ci vogliono sia contributi che prestiti, a seconda dei casi. Per esempio potrei dire prestiti per le grandi imprese e contributi per i piccoli imprenditori o la povera gente che si sforza di fare resistenza o resilienza. Sono uno che la bicicletta a tutti, indipendentemente dal censo, non la pagherebbe. Va bene che è utile all’ambiente, ma allora, chi può se la compri. In genere noi poveri ce le abbiamo tutti, le biciclette. Un tempo le rubavamo pure o le portavano via i ponsacchini e i livornesi, mentre i discorsi, il vento. Ma forse sono solo un vetero classista. Figuratevi, sono stato anche comunista!

E comunque i cosiddetti paesi “frugali” che si oppongono alla elargizione di contributi non mi sorprendono, anche se sono veramente insopportabili. Antipatici. Specialmente l’Olanda, i Paesi Bassi, che fanno i furbi con il fisco e il diritto societario e volano davvero bassi, ad un’altezza sospetta e preoccupante. Si oppongono, chiedono garanzie. Più che frugali sono esosi e tirchi. Di braccino corto per dare, ma lungo per prendere. Per loro ci sarebbe anche un’altra definizione: una parola di sette lettere che comincia per “s” e finisce per “i”, ma non voglio offendere. E che vadano pure a quel paese, quei paesi! Senza offesa. L’Europa di Spinelli, Rossi e Colorni, di De Gasperi, Adenauer e Schuman ha bisogno di ben altro.

Si può convenire con la denuncia dei ritardi della Comunità Europea e della Bce: l’attenzione tributata alla moneta e non al sociale e la comprensione tardiva della solidarietà necessaria ad affrontare la tragedia e i problemi del contagio. Però bisogna anche convenire che alla fine si è fatta strada la condivisione di un piano di rilancio per uscire dalla crisi economico-sociale causata dalla pandemia. La sospirata sospensione del Patto di stabilità, l’acquisto di titoli di stato da parte della Bce e, sopratutto, i contributi e i prestiti del Recovery Fund: 500 miliardi di sussidi a fondo perduto e 250 miliardi di prestiti a lunghissima scadenza e tasso agevolato. Al nostro paese andrà la quota più importante, 172,7 miliardi: 82 di sovvenzioni e 91 di prestiti. Nell’immediato ci sono il meccanismo Sure, contro la disoccupazione, per il sostegno alla cassa integrazione, per cui semmai è l’Italia che ha scelto il percorso più lento, i Fondi Bei della Banca europea per gli investimenti a favore delle Pmi, le piccole e medie imprese e gli acquisti dei titoli di stato da parte della Bce. Si farà ricorso al mercato e ci saranno probabilmente una digital tax e tasse ecologiche. Con la messa a disposizione di finanziamenti, le nostre banche saranno tentate di sostituire i prestiti a rischio privato con quelli garantiti dal sostegno dello stato, ma tant’è. Il giudizio si divide tra gli entusiasti e i più prudenti, ma bisogna convenire che l’Europa c’è e un colpo l’ha battuto.

Se è necessario contenere la pressione fiscale, impiegare i fondi europei per abbassare le tasse non sembra però una grande idea e sarebbe giusto non fosse consentito. Occorre utilizzarli per progetti di rilancio a livello economico, sociale e ambientale. Il rilancio della spesa pubblica, la soddisfazione della domanda aggregata, le teorie di Keynes diventano oggi di nuovo un riferimento: il deficit spending, la concezione che nel mercato interno “la spesa di un individuo rappresenta il reddito di un altro”. Tuttavia questo non si può dilatare fino alle estreme conseguenze. Una famiglia non spende solo ciò che ha, ma, al migliorare delle proprie condizioni, investe, s’indebita: la macchina, il motorino, la casa. Per questo sono stati inventati mutui e cambiali. Però una famiglia accorta lo fa con un criterio che tenga conto delle possibilità di rientro, non certo ad infinitum. E ciò varrebbe anche per un paese virtuoso.

La paura del virus è divenuta più forte della paura del nemico seminata dalle opposizioni. Perché il pericolo pubblico numero uno è stato ed è il virus. Per questo ha perso di forza l’allarmismo delle opposizioni ed ha prevalso la fiducia nel governo Conte. E segnatamente nel Primo Ministro, ancorché un po’ esorbitante. Ma alla ripartenza? Saranno appianate le contrastanti opinioni interne alla coalizione di centro sinistra? Prevarrà il senso comune degli italiani? Impareremo a convivere civilmente e responsabilmente con il virus? Sapremo far sì che il distanziamento fisico non diventi davvero distanziamento sociale? Saremo più uguali o meno diseguali? E sapremo annullare o quantomeno ridurre la paralizzante e ritardante burocrazia, nazionale ed europea, che fa da ostacolo alle misure auspicate e previste per la ripresa?

Disoccupazione generale, disoccupazione giovanile, carenza di ricerca, di innovazione e di investimenti produttivi sono mali endemici, terribili come il peggior virus influenzale. E poi c’è il benessere sociale, la sanità pubblica da sostenere, l’istruzione. E anche il benessere personale. Ho letto che, dopo la pandemia, la prossima emergenza sanitaria saranno i disturbi mentali. A dirlo non sono solo gli esperti, ma anche le voci che abbiamo nella testa.

E pensare che tutto questo si deve ad un virus, un microscopico organismo impercettibile, sia pur coronato. D’altronde siamo nati, dopo il periodo che anche i fisici chiamano dell’inflazione, da una fluttuazione impercettibile del vuoto, da un’asimmetria della materia predominante sull’antimateria, generata, tranne che per i credenti che vi attribuiscono natura divina, per ragioni che ancora non conosciamo. Dunque è da un’imperfezione che l’Universo e tutti noi deriviamo. Contentiamoci, poteva andarci peggio. E speriamo bene anche per la nostra cara Repubblica la cui nascita domani l’altro, il 2 Giugno, si festeggia. A una signora non si chiedono gli anni, ma si sanno: sono 74! Un’età a rischio. Col cavolo che andrà tutto bene, ma dovremo farcela. Buona domenica e buona fortuna.

Pontedera, 31 maggio 2020

Libero Venturi

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