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sabato 11 luglio 2020

PENSIERI DELLA DOMENICA — il Blog di Libero Venturi

Libero Venturi

Libero Venturi è un pensionato del pubblico impiego, con trascorsi istituzionali, che non ha trovato niente di meglio che mettersi a scrivere anche lui, infoltendo la fitta schiera degli scrittori -o sedicenti tali- a scapito di quella, sparuta, dei lettori. Toscano, valderopiteco e pontederese, cerca in qualche modo, anche se inutilmente, di ingannare il cazzo di tempo che sembra non passare mai, ma alla fine manca, nonché la vita, gli altri e, in fondo, anche se stesso.

L’Agorà

di Libero Venturi - domenica 24 maggio 2020 ore 07:30

Agorà viene dal greco, significa piazza, assemblea. A Pontedera c’è un circolo cinematografico che si chiama così. Ha sede in via Valtriani, nella sala Alberto Carpi, che fu un imprenditore e un bravo sindaco, socialista. Quest’anno ricorre qualcosa dell’Agorà, non ricordo più quanti anni, quaranta forse. Così mi hanno detto all’Arci, la presidente Maria Chiara Panesi e alcuni dirigenti, raccogliendo notizie sulla storia del circolo. Hanno intervistato anche me, tra gli anziani protagonisti e testimoni di allora, anche se sono uno di quelli più dotati di prostata che di memoria. Comunque una storia me la sono ricordata e gliel’ho raccontata, come mi veniva, come mi riaffiorano alla mente i ricordi, in maniera strana. Episodi marginali, cronache, concetti astratti dal tempo e dallo spazio. Rammento le cose, ma non gli anni in cui sono successe e metto insieme dimensioni temporali diverse fra loro, riassumendole e affastellandole in una sintesi che sta nella mia testa, ma non precisamente nel tempo. Del resto la memoria contrasta con il diritto all’oblio. Comunque questa è una storia che merita di essere raccontata, perché qualcuno che non la sa, la conosca e perché chi la sa, la ricordi meglio. Non una grande storia, in fondo, ma importante per me e quelli che si trovarono a viverla. Eravamo giovani allora. Sembra incredibile!

Tempo fa, su Qui News Valdera, ricordando la figura di Renzo Maffei, ne ha accennato pure l’amico Marco Celati. C’era anche lui, al tempo. Ma il Celati, si sa, è un poeta un po’ vanesio, di quelli che stanno sull’albero a cantare. Dice di me che sarei un pedante, quando mai! Lui, in compenso, è uno scrittore mancato -ma di parecchio- e alla fine si perde in un fumo di chiacchiere. Ha il cervello più innacquerito del mio, il che è tutto dire e più di tanto non fa testo.

La storia è questa. C’era una volta in via Valtriani, strada perpendicolare a corso Matteotti, il Circolo “Alvaro Fantozzi”, il segretario della Camera del Lavoro, ucciso dai fascisti nel 1922. I locali, presi in affitto, erano di proprietà del Comune di Pontedera. Il circolo, di ispirazione socialista, era affiliato all’Arci. Erano gli anni sessanta e sulla sua terrazza, il fine settimana, ballava la meglio gioventù, socialista e non, di Pontedera e dintorni. Per la cronaca accanto al circolo, all’angolo tra via Valtriani e via Battisti, c’erano i gabinetti pubblici che, insieme alla Palestra -ex teatro- di via Marconcini, completavano le proprietà del Comune. La custode dei “pisciatoi”, come erano comunemente chiamati, era una signora che di soprannome faceva “La Topa”. Forse per affinità al luogo di lavoro, anche se in prevalenza rivolto alla popolazione maschile. La signora Topa era la mamma dello Zibo, soprannome probabilmente derivato dallo storpiamento toscano di un calciatore ungherese, Zoltan Czibor, a cui pare somigliasse il figlio. Lo Zibo però era appassionato di basket che allora si chiamava italianamente, residuo dell’autarchia linguistica, palla a canestro. Faceva l’allenatore a tempo perso, ma non così perso perché istruì ai rudimenti della palla a cesto tanti giovani pontederesi dell’epoca. Di mestiere piaggista, fu autore della famosa definizione relativa alla provenienza degli operai della Piaggio: “metàlmeccanici e metà contadini”. È stato anche consigliere comunale con delega allo sport. Grande Zibo, ricoverato in una casa di riposo, qualche anno fa ci ha lasciato, in solitudine e in silenzio.

Torniamo al tema. Il Circolo Fantozzi intorno agli anni ‘80, spinto dai risultati della tombola, del ballo liscio e del Partito Socialista, svoltò. Si trasferì, realizzando la nuova sede nell’attuale piazza Guerrazzi, dopo aver acquistato terreno e locali, vicino a quello che era stato un tempo l’Orto del Rosati, tragico teatro dei bombardamenti americani nella seconda guerra mondiale, dove si contarono oltre cento vittime civili. La svolta fu anche politica: i socialisti pontederesi da lombardiani, seguaci di Riccardo Lombardi della sinistra socialista, divennero craxiani, seguaci di Bettino Craxi, Primo Ministro, ma questa è un’altra storia. La sede attuale, superate le vicissitudini post craxiane, è quella bella, con giardino, che ancora oggi si affaccia su piazza della Concordia.

I locali di via Valtriani, con annessi bagni pubblici che nel frattempo erano stati chiusi e, credo, inglobati dal circolo, così si liberarono. Restarono per un po’ vuoti e poi il Comune decise di adibirli a magazzino. In pieno centro cittadino: una genialata! Come Arci da tempo chiedevamo invece che si realizzassero in città nuovi centri di aggregazione sociale e di iniziativa culturale. Eravamo già intervenuti perché nei locali sottostanti la Pretura, pure quelli di proprietà comunale e pure quelli inutilizzati, si attrezzasse uno spazio per mostre. Vi fu infatti realizzato un centro espositivo dove tenemmo una mostra sugli antichi mestieri di Pontedera, curata dell’associazione “Il Papavero”. Salvo poi perderlo successivamente: venne infatti adibito ad archivio del Tribunale, nella ristrutturazione del Palazzo Pretorio. Insomma avvertivamo il bisogno di una vita culturale e sociale più ricca per la città, per cui rivendicavamo non solo iniziative, ma strutture pubbliche, attrezzate e stabili.

Eravamo un gruppetto di ex sessantottini più o meno radicali, irriducibili e rompicoglioni. E, visto il non accoglimento delle nostre richieste e il tergiversare del Comune, decidemmo di mettere in atto un’azione dimostrativa. Occupare via Valtriani! Però volevamo farlo con un certo stile, con un’estetica movimentista e non con un bieco e brutale atto di forza. Così pensammo ad un’inaugurazione mascherata. Ovviamente mi rendo conto di stare descrivendo la dinamica di un reato, ma sono passati così tanti anni che ormai tutto sarà andato in prescrizione. Già all’epoca dei fatti, del resto, la cosa fu acchetata e, quel che è peggio, anche la memoria di quel gesto è finita nella prescrizione del dimenticatoio. Proprio a questo intendo rimediare, per ciò che può valere.

Andò così. In pochi e fidati, facemmo un sopralluogo nei locali in questione. Come facemmo? Con la convinta complicità di un dipendente comunale, Walter, anche lui partecipe al gruppo di irriducibili di cui sopra, che ci aprì la saracinesca, facendoci entrare di soppiatto. Quello che apparve ai nostri occhi fu un deposito polveroso e abbandonato di cianfrusaglie varie. Ancor più convinti della giustezza della nostra azione, alla vista di quell’arruffio colpevole in cui versava tale spazio cittadino, ci mettemmo di buona lena a sistemare il tutto un po’ alla meglio. Trovammo, lì abbandonato, un tavolo claudicante e lo mettemmo al centro della sala, vi disponemmo intorno delle sedie sgangherate che erano stipate alla rinfusa in una stanza e, per dare un tocco di esoterismo, prendemmo il globo di un portalampade giacente in terra e lo collocammo in mezzo al tavolo, a mo’ di sfera magica. Quando si dice il genio e lo scazzo! Ecco, la sala era pronta. Uscimmo, ma non si poteva chiudere la saracinesca. Saremmo rimasti chiusi fuori. Né potevamo avere la chiave per rientrare, non c’era ragione che noi l’avessimo, chi ce l’aveva data? D’altra parte, non volevamo compiere un’infrazione vera e propria, forzando l’ingresso. Allora Walter, che era un operaio geniale, girò la chiave in posizione di apertura e, con un colpo secco -zac- la spezzò dentro la serratura. A qualcuno doveva essersi rotta... La saracinesca così rimase abbassata, ma aperta. Ci consegnò lo spezzone della chiave che non poteva certo tenere lui, pena il posto di lavoro, e noi, circospetti come cospiratori, l’andammo a buttare nella fontana del Duomo, dove giacque celata sott’acqua, sul fondo della vasca, tra i pesci rossi che nuotavano e i piccioni che volavano, cacandoci sopra.

Il giorno dopo, nel primo pomeriggio, demmo luogo all’evento. Tutto fu organizzato spontaneamente, ma alla perfezione. Un giovanissimo obiettore di coscienza che prestava servizio presso l’Arci o l’Uisp fu investito, di comune intesa, della carica di sindaco e dotato di fascia tricolore. Venne reperito un vassoio d’argento con tanto di forbici portato dalla Monica, altra giovane, messa tutta in ghingheri in veste di valletta o madrina che dir si voglia. Dopo di che, sparsa la voce della manifestazione, ci ritrovammo tutti in buon numero, davanti all’ingresso di via Valtriani, non prima però di aver avvisato la stampa dell’imminente inaugurazione del nuovo centro. Che venissero con urgenza! E infatti accorsero.

Ad un cenno, magicamente la saracinesca fu alzata, non ci fu alcun effrazione, il sindaco, con fascia, prese le forbici dal vassoio porto dalla madrina e, in pompa magna, fra scroscianti applausi, tagliò il nastro tricolore entrando trionfalmente nei locali con tutti noi al seguito. E il bello fu che al seguito non c’eravamo solo noi. Dalla locale caserma, prospiciente via Valtriani, richiamati dal trambusto dell’assembramento, erano accorsi i Carabinieri. Alla loro richiesta di chiarimenti, mentre ci accingevamo ad entrare, facevamo i vaghi, per prendere tempo. Renzo però, più coraggioso e impavido, nonché faccia tosta, gli rispose -giuro- stiamo inaugurando il centro, c’è anche il sindaco! Così, nei locali -e nella barzelletta- entrarono anche i Carabinieri, partecipando all’occupazione.

Una volta entrati ci disponemmo intorno al tavolo e il Marconcini, presidente della confederazione dell’Arci, prese la parola illustrando ai convenuti e alla stampa le ragioni “dell’inaugurazione”. E siccome anche lui, anzi specialmente lui, era un discreto vanesio mise le mani sul globo sopra il tavolo e divinò il futuro, profetizzando che un giorno quel luogo sarebbe diventato un centro di aggregazione e di cultura che era ciò di cui città e cittadini avevano bisogno. Renzo Maffei, presidente dell’Arci Ragazzi, riprese, sviluppò e ribadì il concetto e la manifestazione inaugurale si concluse. Ci sciogliemmo, uscimmo tirando giù la saracinesca. E fu tutto. Ma non fu poco. I giornali ne parlarono. In Comune non gradirono. Mi pare si fosse tra il 1985 e il 1990. Sindaco, quello vero, era Carletto Monni, se ricordo bene, ma non la prese così male. Il vicesindaco, Enrico Rossi, per un po’ ci tolse il saluto. Il carattere è carattere. Ma solo per un po’. Dovevate avvertirmi. Se ti avessimo avvertito non se ne sarebbe fatto di nulla. I Carabinieri ci convocarono in caserma: ci assumemmo le nostre responsabilità, anche a tutela dei più giovani, degli obiettori. Ci scusammo con l’Arma per la presa in giro, ma riconfermammo le ragioni dell’iniziativa. Comunque il tutto non andò oltre un verbale e non ci furono denunce.

Renzo ci ha lasciato presto, un brutto male se l’è preso. Avevamo idee diverse, si litigava, ma poi nell’associazionismo ci trovavamo. Lui fece dell’Arci Ragazzi una realtà critica, propositiva e stimata. Anche Walter, più di recente, se n’è andato. Da dipendente comunale si licenziò e volle farsi imprenditore. Come tutti noi ebbe alti e bassi. Seguì la sua via. Difficile avere la chiave della vita, quella di via Valtriani, però ce la dette.

Enrico Rossi, vicesindaco, divenne sindaco e cominciò i lavori di restauro e ristrutturazione di via Valtriani che trasformarono quei locali in un centro culturale. Poi fu assessore regionale alla sanità e l’attuale presidente della Regione Toscana. Il sindaco che gli successe, Paolo Marconcini, il presidente dell’Arci che partecipò all’occupazione inaugurale, completò l’opera. Quei locali ospitarono un Centro Giovani curato dall’assessore alla gioventù Simone Millozzi che poi diverrà a sua volta sindaco. Una convenzione fu stabilità con l’Arci per la gestione e la messa a norma e a disposizione dei locali per tutta la cittadinanza. L’Arci si fece carico di arredi e attrezzature per la realizzazione del Circolo Cinematografico “Agorà” che ancora oggi è attivo per la promozione e la diffusione del cinema d’essai.

L’Agora comunque si trasferì lì, ma esisteva già. Era stata fondata, mi pare, nel 1980 da Dino Fiumalbi, il primo presidente dell’Arci della Valdera, da Paolo Bernardini che fu poi presidente di Arci Nova, l’associazione delle Case del Popolo e da altri valorosi pionieri. La prima presidente fu Elena Cerri. Il circolo proiettava i film presso il “Teatro di Via Manzoni” e organizzava il “Cinema sotto le stelle” all’aperto, d’estate, alla Villa Comunale. Talora anche nell’atrio della Scuola Curtatone e Montanara. Il proiettore era di quelli nuovi, portatili, a 35 mm. I film arrivavano nelle “pizze” da Firenze con il corriere Angelo. Venivano montati per la proiezione in grandi bobine da milleotto o duemila. L’Agorà, dopo quella fase iniziale, si era trasferita nei locali del Circolo Vasco Gronchi, al piano terra, nell’ex sala biliardi. L’ingresso e la biglietteria erano dal Circolo e la cabina di proiezione fu improvvisata aprendo una finestrella nella parete del confinante sotto scala di Palazzo Aurora, la locale sede del PCI. La sala fu rivestita di pesanti tende blu, cucite dai nostri volontari, sarebbe meglio dire volontarie. Altri collaboratori sistemarono l’apparato elettrico, “con un piccolo grande compenso”, pattuito a titolo di rimborso spese. Sul pavimento fu applicata una moquette azzurra. Imparammo, nostro malgrado, che il tessuto della moquette, come ogni cosa, ha un suo verso, dopo aver incollato irrimediabilmente la striscia centrale al contrario. Lo schermo era a tutta parete, autoriflettente, professionale, da cinema veri.

In una vecchia agenda forse ho ritrovato la data dell’inaugurazione al Circolo Gronchi: fu venerdì 22 aprile 1983 alle ore 21 con il film turco “Yol”, Palma d’oro al Festival di Cannes dell’82, a cui, il martedì successivo, seguì “Ragtime” di Miloš Forman. Un primo socio illustre e pagante fu Andrea Bocelli, quando non era ancora famoso. Sua moglie gli descriveva a bassa voce le immagini dei film che lui non vedeva. Stesso dicasi per Mirco Mencacci, sound designer non vedente, in seguito curatore del montaggio del suono per film di Moretti, Giordana e Özpetek, che veniva con gli amici larigiani. Avevamo anche spettatori vedenti, ma nessuno così celebre. Assiduo era anche il “Collettivo Veleno”, mitico quanto perfido e prevalentemente femminile gruppo associativo spontaneo, testimonial e promotore della poetica e del festival del disamore. Si mettevano preferibilmente nelle ultime file e facevano le lastre alla gran parte dei convenuti. Nessuno dei quali usciva indenne. Erano bei tempi.

In seguito il Circolo Gronchi volle riprendersi i locali e le attività dell’Agorà furono sospese. Ripresero in maniera più episodica presso il Cinema Massimo e il Cinema parrocchiale Roma, previo accordo con il titolare del Massimo, che gestiva le due sale cinematografiche cittadine. Intanto il Cinema Italia di via Saffi aveva chiuso i battenti in seguito alla scomparsa del proprietario che fu rinvenuto morto nella sala. Un tragico noir.

Altri, gli attuali dirigenti dell’Arci, potranno essere più precisi, colmando lacune e rimettendo in fila eventi e date. E mettendocele, le date precise. Io non sono più capace di farlo. Le cose, il vissuto e la “narrazione” -come si usa dire stucchevolmente oggi- si rincorrono nella mente, in un grande zibaldone. Non tutto ciò che è stato resta, né si ricorda. Nemmeno tutto è degno di memoria. Ma qualcosa -mi sarebbe piaciuto dire molto- rimane e ancora va avanti. Non so se questo ci insegna sempre come fare. A volte lo credo, a volte no. Però forse rimane il fatto che, a nostro modo, fummo gruppo dirigente e non perché ne abbiamo avuto il potere. O non solo per questo, per chi potere ne ha avuto, ha pensato di averlo oppure se n’è illuso. No. Per un’altra fondamentale ragione: perché non eravamo solo meri dispensatori di servizi. Siamo stati critica. Partecipazione. E costruzione di cambiamento.

Buon compleanno Agorà! Quali che siano gli anni, che del resto a una signora non si chiedono mai. Buona domenica e buona fortuna.

Pontedera, 24 maggio 2020

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