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giovedì 16 settembre 2021

RACCOLTE & PAESAGGI — il Blog di Marco Celati

Marco Celati

MARCO CELATI vive e lavora in Valdera. Ama scrivere e dipingere e si definisce così: “Non sono un poeta, ma solo uno che scrive poesie. Non sono nemmeno uno scrittore, ma solo uno che scrive”.

Il paese dei balocchi

di Marco Celati - domenica 05 settembre 2021 ore 07:30

In principio era l’afa, poi il Paese dei balocchi e infine il fiume. Ma procediamo con ordine. Il caldo umido di queste parti è proverbiale, quanto insopportabile. Poi con il vento sciroccale africano ti si appiccica addosso, quasi polveroso e sembra di spararsi un phone. Come quando lo usavo per asciugarmi i capelli: solo, in faccia.

Dopo la pandemia la gente, i ragazzi, avevano voglia di uscire, di chiacchierare in presenza, facendosi di aperitivi e apericene. Così era sorta la Città dei balocchi: ogni bar, ogni ristorante aveva sistemato i tavolini all’aperto, sui marciapiedi, per strada e perfino sugli argini del fiume. Era piacevole, un tentativo di offrire refrigerio dalla calura e conforto dalla pandemia. Poi, soprattutto, faceva tendenza. Ragazzine e ragazzini, numerosi, sciamavano. I commercianti, non tutti, plaudenti.

I sogni non li ricordo, gli incubi sì. Di sogni ci sono anche quelli del mattino che rimangono in testa, ma non si sa se sono sogni o è il dormiveglia con cui la mente si diverte ad ingannare la vita, ritardando la sveglia. Gli incubi sono ricorrenti: cose che devo fare e non riesco a portare a termine e mi schiacciano di responsabilità. E case. Case che abito di nascosto, dimore sotterranee a cui si accede da un percorso tortuoso, stanze dove ho lasciato arredi o suppellettili e incontro qualcuno che non riconosco e non mi riconosce, rientrando la sera al buio.

Case nella vita ne ho girate tante. E non sempre è stato un sogno. Più una diaspora. La vita dà, la vita toglie e alla fine è ingiusta con tutti, poveri e ricchi. Con chi ha meno, di più. Con i poveri si accanisce. Le mie case sono state quelle dei genitori, dei figli, degli amori e questa qui della vecchiaia. Il monolocale di un condominio affacciato sulla piazza-parcheggio che di lato guarda l’argine del fiume benedetto dai pioppi, lanugine compresa. L’appartamento ha un terrazzo, grande quanto la casa. È il suo valore aggiunto. Mi piace starci seduto e osservare le cose. La strada che scorre, gli alberi che ondeggiano fruscianti o se ne restano immobili e silenziosi, il canto pomeridiano delle cicale e quello dei grilli notturni, il latrato di un cane e i lamenti dei gatti in amore. Ogni cosa è una consolazione. Il profilo lontano dei monti che chiude l’orizzonte, il tramonto sulla città che prende d’infilata il terrazzo e le nubi a rincorrersi in cielo, bianche o tempestose, e la notte che scende. Senza dire di luna e di stelle

E così mi è tornata voglia di scrivere, all’aperto, sul tavolo, dove a volte mangiamo io e te. Scrivere era un po’ che non ci provavo. Chissà se sapevo ancora farlo. Ma è come andare in bicicletta o nuotare. Una volta che hai imparato, anche se stai del tempo senza, lo sai fare. Magari non bene: come tanti, del resto. Tutto questo però era un tempo, prima dell’afa e del Paese dei balocchi. Ma proseguiamo con ordine.

Nella città dei balocchi ce ne sono di pinocchi e lucignoli, di gatti e di volpi, mangiafuochi e burattini! Ciuchi a piacere e hai voglia di grilli parlanti, geppetti e fatine! La sera si accendono mille luci, una musica si diffonde, senza soluzioni di continuità, dal Corso fino al fiume e una gioventù, dorata e non, si riversa in folti drappelli, chiassosa, verso i bar, i pub, le ristopizze occupandone i tavolini all’aperto per bere qualcosa, mangiare qualcos’altro, tirare tardi. E speriamo solo tardi. Che male c’è? Anche a dimenticarsene, che spesso succede, giovani e rompicoglioni siamo stati tutti. Li vedo passare sotto il terrazzo e non li invidio, si capisce che non si aspettano un gran mondo, che, in effetti, non gli spetta. Quello che gli lasciamo ce lo siamo già giocato e perso e chissà se saranno in grado di cambiarlo o ne saranno cambiati, come è successo a noi. Godersi l’età che si ha è già tanto, preparare quella che viene bisogna sapere e gli anni passano in fretta.

E poi ci sono gli stronzi, categoria che non risparmia nessuna classe di età, di sesso, di razza o di fede. Quelli che urlano alle tre di notte, che ascoltano musica nell’auto parcheggiata a tutto volume, che prendono la piazza come pista prove per moto e motorini più smarmittati possibile e perfino per qualche auto da corsa che si cimenta in derapate e assordanti cambi di marcia da formula uno. E mai che ci fosse un rappresentante delle forze dell’ordine, uno che uno, a dire ragazzi è notte, anzi giorno ormai, e la gente dorme, si sveglia e magari lavora. Domani. Ma forse “domani” e “lavoro” sono parole grosse, concetti difficili da sapere o condividere. Se c’è un modo di far violenza alla notte è proprio questo. Impedirci di godere della sua quiete pensosa e rendere inutile avere un terrazzo per scriverne su. Possiamo solo ritirarci, serrando le imposte e affondare nel sudario del letto. Infinita tristezza.

Poi, dopo l’afa, d’improvviso venne la pioggia: succede con i cambiamenti climatici imposti alla Terra. E piovve come mai era piovuto sul Paese dei balocchi e in tutta la valle e, quel che è peggio, anche sulle colline di Volterra da cui il fiume scendeva. E allora venne il fiume. La protezione civile diramò l’allarme, più rosso che poteva, ma fu una cosa rapida. Il fiume, che si dava arie da fiume, ma era un torrente, si gonfiò a monte nel suo esiguo bacino e l’onda di piena dilavò a valle, impetuosa, trascinando alberi, lucine e tavolini, sommergendo ogni cosa. La natura ha una forza che ci sovrasta e non ci perdona i tentativi di circuirla o sottometterla. È tragico e grandioso lo spettacolo che offre del suo immenso potere.

Così quel pomeriggio ho visto dal terrazzo esondare il fiume da sopra l’argine, vanamente eretto a difesa dell’abitato, l’ho visto riversarsi su di noi, piegare i pioppi, ho sentito la sua voce cupa e fluida e il palazzo che tremava. E grida e friggere la corrente elettrica nell’acqua. C’erano le auto del parcheggio, sbattute e trascinate dall’impeto come fuscelli. Pioveva ancora a scroscio, acqua sopra e sotto, e il fiume continuava a salire, sommergendo gli appartamenti e i terrazzi del primo piano, sotto il mio. Alcuni erano sfitti, qualcuno se n’era andato, altri furono ricoverati, in qualche modo, nei locali di servizio sulla copertura piana del palazzo. Piovve ancora durante quella notte di nubi, illune e senza stelle. Così, rapido e turbinoso, il fiume si era ripreso la golena e il silenzio. Le comunicazioni erano interrotte, la luce saltata, il vecchio cellulare già scarico, spento. Eravamo isolati e, in molti, anche soli. Non l’avrei mai creduto, ma riuscii a prendere sonno. Mi addormentai pensando che il palazzo fosse una grande nave alla deriva in un oceano tempestoso.

La nottata passò. In un modo o in un altro, passano tutte. L’alba portò la fine delle ostilità: non pioveva più e sorse il sole. Quello che ancora splende sulle sciagure umane. O quelle naturali che, in qualche misura, sono umane anch’esse. Dai palazzi o dai tetti persone sventolavano teli, si sbracciavano, chiamavano a gran voce da un condominio all’altro. Qualche elicottero sorvolava la zona, si udivano richiami confusi da un megafono. La vita resisteva e riprendeva nelle abitazioni sul nuovo letto del fiume: eravamo popolazioni primitive sulle palafitte, nell’acqua limacciosa che scorreva oltre i filari dei pioppi, sommersi fino al tronco.

Fu così per un giorno o due, persa la cognizione del tempo. Il tempo ci determina, è il nostro vero demone, ma a scorrere era il fiume che cercava il suo destino, indifferente al nostro. Che poco senso hanno le cose e le persone e le vite, se viste in questa prospettiva. Chi ero, che facevo, che avevo fatto di me? Che ne era stato del tanto o del poco? Della promessa con cui si è messi al mondo. È la natura, benevola o matrigna, che possiede noi e la Terra e quest’acquache come noi pensa se stessa prima di farsi vortice e rapina”. Cosa siamo, senza cultura e senza prossimo? Soli, in balia della natura offesa, esseri senza scopo nel limite insondato e vuoto di noi stessi.

Il fiume si era disteso, ma l’acqua, appena illimpidita, non si abbassava, se non di poco. I soccorsi stentavano per la vastità del disastro. Era settembre e il sole scaldava ancora. Indossai il costume, salii sul muretto del terrazzo e mi tuffai. L’acqua era fredda, ma non come quella dei fiumi lunigianesi delle nostre ferie. Tonificava, una volta entrato. Pensavo, se è un sogno mi sveglierò. Riemersi dal tonfo e presi a nuotare verso la città, verso i miei cari affetti e i figli, i nipotini. Per fortuna abitavano in alto. Il fiume mi portava, dovevo stare attento a non bere e scansare gli oggetti e gli ostacoli. Avevo intravisto un barchino, più avanti. Seguivo a fatica la corrente. Come tutti. Come sempre.

Marco Celati

Pontedera, 31 Agosto 2021

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Ringrazio l’amico Libero Venturi per qualche suggerimento ed Eugenio Montale per la poesia “L’Arno a Rovezzano” e molto altro.

Marco Celati

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